Lettera di un Giallo Viola
Una lettera sincera di chi ha vissuto il San Luigi Santena dall’interno: un racconto di sacrificio, appartenenza e amore per una maglia che è molto più di una squadra.
Ciao ragazzi,
voglio parlarvi di un posto che per me è casa: il San Luigi Santena.
Mentre leggete, fermatevi un attimo e chiedetevi questo: sapete davvero dove siete e cosa rappresentate ogni volta che scendete in campo o varcate quel cancello per un allenamento?
Per me il San Luigi non è mai stato solo una squadra. È stato un onore indossarne la maglia per più di dieci anni.
E ve lo dico subito: io non sono l’eroe di questa storia.
Non sono qui per raccontare gol spettacolari o imprese memorabili. Non sono mai stato quello che si caricava la squadra sulle spalle. E forse, col senno di poi, è giusto così. Perché la prima, grande lezione che ho imparato qui è una sola: il gruppo viene prima di tutto, sempre.
In questi anni ho vissuto tutto quello che un giocatore di provincia può vivere. Ho stretto i denti per un pareggio che valeva una salvezza. Ho attraversato stagioni difficili, fatte di tanti bassi e pochi alti. E poi, un giorno, ho realizzato il sogno di una vita sportiva: vincere il campionato con la squadra del cuore.
Ho conosciuto la gioia e la rabbia delle sconfitte, il freddo degli allenamenti d’inverno, le panchine, le risate, le amicizie, il dolore. Ma sopra ogni cosa ho visto l’amore.
Ci ho messo tempo a capirlo. E, credetemi, avrei voluto che qualcuno me lo spiegasse prima.
Tutto ciò che vedete al San Luigi è impregnato di un amore autentico, quello che nasce dal cuore. È la voglia di dare qualcosa senza chiedere nulla in cambio.
Pensateci bene:
gli allenatori, chi lavora in segreteria, chi fa i biglietti, chi viene solo per tifare… lo fanno per un unico motivo: amore.
Voglio raccontarvi un aneddoto che per me dice tutto.
Per anni, ogni domenica, con il sole o con la neve, il signor Natoli arrivava al campo in bicicletta. Tracciava le righe con il gesso prima delle partite e faceva il guardalinee per la prima squadra. Parlava poco, non chiedeva mai nulla. Da ragazzo lo vedevo come un simpatico vecchietto, forse un po’ strano. Non capivo davvero le sue emozioni. Solo molto tempo dopo ho compreso quella luce nei suoi occhi quando ci vedeva giocare. Quando vincevamo, il suo cuore ringiovaniva.
Lui, ragazzi, era l’amore per il San Luigi.
Un’altra lezione che ho imparato qui è semplice e dura: crescendo, se non sei il migliore, vai in panchina.
E io, purtroppo o per fortuna, non lo ero. Forse sarebbe stato più facile essere un campione, ma non mi avrebbe insegnato l’amore. Non mi avrebbe reso la persona che sono oggi.
Oggi il mondo spinge verso la soluzione facile e veloce. Non insegna il vero impegno: quello che ti fa faticare, che non garantisce risultati immediati, ma che a volte ripaga.
Al San Luigi, invece, impari la cultura lenta. Qui la scorciatoia non esiste. La gloria passa dal sacrificio, dall’impegno e soprattutto dalla pazienza. Anche questo, ragazzi, è amore.
L’amore non è facile, non è veloce e non è mai garantito per sempre. Va coltivato.
Una vittoria non è un traguardo, ma solo un gradino.
Una sconfitta può farti mollare, spingerti a dire “basta, cambio squadra, cambio sport”. Succede quando non accetti che perdere faccia parte di un percorso lento di crescita.
L’amore non è quando tutto è perfetto. È quando scegli di lottare per migliorare qualcosa che, senza accorgertene, migliora prima di tutto te stesso.
Un ultimo messaggio.
Per me il San Luigi è amore, ma amore è anche:
Amicizia = quella che vi auguro di trovare e custodire tra compagni di squadra.
Rispetto = senza educazione e rispetto, questo posto non potrà mai essere casa vostra. Sta a voi ricambiare ciò che ricevete.
Divertimento = ricordate il segreto di questo luogo: quando varcate quel cancello, ogni pensiero pesante può restare fuori.
Pensate solo a giocare.


